Mete Turistiche

14 giugno 2019 Alla scoperta del "carciofo dei sorì" e la "dolcissima di Breme"

Monferrato Autentico e Lomellina, sapori antichi per un turismo esperienziale.

Tra i fiumi Tanaro e Belbo, sulle colline della provincia di Asti, i carciofi della Valtiglione vengono coltivati sin da epoca seicentesca. Dopo un periodo di abbandono l'antica varietà è stata oggi recuperata ed è deliziosa tanto impiegata come ingrediente per piatti gustosi, quanto consumata cruda. Bisogna risalire al XVII per rinvenire le prime testimonianze scritte riguardanti la coltivazione del carciofo della Valtiglione. Nella "Relazione dello stato presente di Piemonte" Della Chiesa scriveva che questa zona del Piemonte era caratterizzata dalla produzione di carciofi, cardi ed asparagi. La tradizione legata a questa coltivazione è sopravvissuta al trascorrere dei secoli sebbene con grandi problemi commerciali dovuto al  raccolto tardivo, quando il carciofo locale giungeva sul mercato, infatti, i prezzi si erano ormai abbassati troppo per poter garantire una buona redditività. Oggi questa varietà tardiva è diventata oggetto di riscoperta e valorizzazione, tant'è che è stato inserito nell'elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Regione Piemonte. A livello locale non è raro sentirlo chiamare "carciofo del sorì" nome che deriva dall'ambiente in cui la varietà viene coltivata sviluppando le migliori caratteristiche ovvero il versante collinare esposto al sole dove, generalmente, si trovano le vigne migliori e dove questo carciofo, protetto dalle gelate invernale, cresce sano e rigoglioso.

Caratteristica principale sono le piante rigogliose che possono raggiungere anche i 150 centimetri di altezza e produrre fino a 10 frutti. La parte edibile si distingue per la consistenza tenera ed il sapore dolce e delicato, senza il retrogusto tipico dei cardi selvatici.

Si tratta di una varietà tardiva che si raccoglie tra maggio e giugno, a seconda delle annate.

La Fondazione Slow Food con il progetto Arca del Gusto sostengono il recupero e la promozione di questa varietà. Questo prezioso carciofo può essere conservato sott'olio o fritto o impiegato come ingrediente per la preparazione di deliziosi contorni e saporiti risotti. Il consiglio di Sistema Monferrato però è di consumarlo crudo per apprezzarne meglio il gusto.

La Cipolla Rossa di Breme“sigulla” in dialetto, è una particolare varietà di cipolla che viene coltivata nel territorio che circonda l’abitato di Breme, in provincia di Pavia. La sua storia comincia circa dieci secoli fa: nel 906 i monaci della Novalesa giunsero a Breme e, come riportato da un’antica Cronaca, “videro che quel luogo era ubertoso, ameno e fruttifero”, lo elessero a sede della Congregazione, ritenendolo “la migliore di tutte le città costruite nel Contado di Lomellina”. Da allora ben poco è cambiato nelle tecniche di coltivazione e le sementi sono ancora preparate scegliendo una per una le cipolle migliori da mandare in fioritura. I produttori che la coltivano sono una dozzina, ogni anno ne producono 400 quintali di cui circa il cinquanta per cento viene utilizzato in occasione della Sagra della Cipolla Rossa. Dal 2008 “la Cipolla Rossa di Breme” è una De.Co. Il lavoro richiesto per la coltivazione è complesso: i semi vengono posti a bagno, con luna calante, in sacchi di iuta; successivamente, appena germinati, vengono recuperati e seminati in vivaio.

Dopo un breve periodo le piantine vengono trapiantate in campo, nei pochi terreni verso la golena che da secoli accolgono questa coltura. Il tempo della raccolta giunge a partire da giugno e si protrae per circa due mesi. Il sapore della Cipolla di Breme, persistente ma pacato, assolutamente unico e irriproducibile altrove, è ben definito dall’affettuoso soprannome che i suoi estimatori le hanno dato: “La Dolcissima”.

Info, tour e percorsi didattici e laboratori di cucina con il Consorzio Operatori Turistici Sistema Monferrato: info@sistemamonferrato.it

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