Cultura

15 novembre 2019 Passato, presente e futuro. E’ Esperienza Riso!

Una storia che risale al 1400. Un tour tra Vercellese, Monferrato e Lomellina.

La storia del riso in Piemonte è antica ed è legata principalmente a due fattori, la necessità di rendere produttivi terreni argillosi non coltivati e sfruttare la grande risorsa idrica dei fiumi che scendono dalla valle d’Aosta e dal Monte Rosa e dalla miriade di piccoli corsi d’acqua di origine risorgiva o montana. I primi canali realizzati risalgono addirittura al Basso Medioevo ed è proprio in questo periodo che viene avviata la coltivazione del riso. Coltivazione che diventa però stabile, ed economicamente importante nel Vercellese soltanto nel Rinascimento.

 

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L’origine della sua coltivazione è di mille anni prima, nell’Estremo Oriente e giunge in Europa attraverso gli Arabi.

La coltura risicola si stabilizza nel Vercellese quando poco prima viene introdotta e sviluppata su larga scala in Lomellina, negli ultimi anni del Quattrocento.  Si pensi che la prima testimonianza del riso coltivato in Lomellina, la più antica conservata, risale al 1475, quando Galeazzo Maria Sforza donò ai duchi d’Este dodici sacchi di semente di riso provenienti dai possedimenti lomellini.  

La prima zona coinvolta su larga scala, nel ‘400-500, è quella che si trova tra l’Elvo, il Sesia e il Ticino: in queste zone e nella zona di Lucedio il nuovo cereale si conferma perfetto anche nell’azione di bonifica dei terreni paludosi. Piano piano, anche le aree intorno a Santhià incominciano a essere menzionate tra quelle più indicate per la coltivazione. Ecco quindi che nel ‘500 in Lomellina e nel Vercellese la coltivazione del riso diventa una cosa seria, tanto da essere considerata negli scritti “una produzione tipica”. La coltura offre nuove opportunità di lavoro, tanto che fa affluire quantità crescenti di lavoratori, originari della montagna o delle terre più misere, che raggiungono le pianure alla ricerca di un impiego in risaia. Nel XVIII secolo i sovrani sabaudi promuovono la coltura che, però, viene anche osteggiata a causa della fama di insalubrità attribuita alla risaia: il problema è fare convivere un prodotto sempre più redditizio con la necessità di coltivarlo in mezzo all’acqua ferma, considerata ricettacolo di malaria.

Il Settecento è un’epoca di incremento delle colture, della produzione e della rete di canali. A inizio Ottocento, probabilmente a causa delle continue guerre, la superficie di terreni coperti da risaie risulta calata da circa il 25% ad un misero 8%, ma un nuovo impulso si avrà con il Re Carlo Alberto ed in particolare con il Conte Camillo Benso di Cavour, politico, diplomatico, ma anche proprietario terriero del Vercellese con la sua tenuta della Grangia di Leri. E’ la premessa per la svolta decisiva della produzione risicola vercellese. Nel corso del Novecento Vercelli diventa la capitale italiana del riso, dove quasi tutto ruota intorno all’economia di questo cereale.

Qui si selezionano le prime varietà italiane e qui, nel 1908, viene insediata la Stazione Sperimentale di Risicoltura. Qui arriva la Borsa Risi.

Dall’inizio del 900 la risaia vercellese diventa anche un laboratorio sociale. Il trapianto e la monda del riso, oltre che la mietitura, hanno bisogno di molta mano d’opera. Queste attività, fino a metà del Novecento, portano nella risaia vercellese, dalla tarda primavera, decine di migliaia di persone, in particolare mondine, le lavoratrici stagionali della risaia che tanto hanno ispirato la letteratura e il cinema. Siamo in una fase romantica e patinata nella storia della coltivazione del riso, che colpisce ancora oggi l’immaginario collettivo grazie anche alle testimonianze, seppur romanzate, del cinema Neorealista. L’acqua fino alle caviglie, il sole cocente, le zanzare che non perdonano…E quei canti, vivaci e al tempo stesso sofferenti, intonati per scacciare fatiche sfibranti. Parole e melodie che hanno scolpito lo spirito di un tempo ormai lontano. La risicoltura, oggi, grazie all’attitudine industriosa e dinamica della sua gente ha saputo tenere e spesso anticipare il passo del presente, perdendo forse un po’ di quell’alone poetico appartenente al passato ma guadagnando prestigio portando sulle tavole di tutta Europa un prodotto di qualità che non conosce rivali trasformandosi da semplice alimento ad un vero e proprio bene culturale. Ad oggi purtroppo le testimonianze viventi sono sempre più rare ma grazie al lavoro di ricerca è possibile ripercorre a suon di musica o con letture tematiche i laboriosi ma spensierati tempi andati.

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